Cellule d’Intervention Metamkine – Celebrazione spirituale

Cellule d’Intervention Metamkine
Dalla seconda giornata
XI Edizione LUFF

http://metamkine.free.fr/

Se qualcuno mi chiede di dare una definizione dell’arte, di solito balbetto una poltiglia di parole prese a prestito qua e la da qualche libro o rivista o canzone o manifesto (artistico, per forza). Dico delle cose un po’ raffazzonate, cerco di cucirle, più che altro rubo senza ritegno. Sono sicuro che la maggior parte di voi si trova nella mia stessa imbarazzante situazione. È deprimente constatare che nonostante abbiamo raggiunto una certa età, siamo incapaci di definire concetti astratti. Abbiamo difficoltà a parlare di arte come di tutto quanto ci rende esseri umani. Sentiamo parlare spesso di carriera, mercati, costo della vita e di argomenti simili perché di solito è più facile, perché nonostante facciamo queste cose, non ne siamo coinvolti fino in fondo. Intimamente sappiamo di giocare un ruolo

Butto là un’ipotesi : siamo affettivamente e intellettualmente impotenti, atrofizzati, o perlomeno, incompleti. Impariamo molto in fretta a risparmiare e a fare un’ipoteca, ma poi i nostri figli, chissà perché ce li ritroviamo grandi, grossi, distanti e chiusi nella loro camera ad ascoltare metal e hip hop. Butto là un’altra ipotesi : siamo così perché nel nostro quotidiano maneggiamo cose concrete. Prima viene la pagnotta, poi, semmai, il resto. La vita di tutti giorni è scandita da atti funzionali, è fatta di aggeggi, arnesi, strumenti vari, e poco di cose impalpabili. È per questo forse che, arrivati ad una certa età, scegliete voi quale, abbiamo quella sensazione fastidiosa di esserci persi qualcosa. Un po’ come quando la conversazione attorno al tavolo langue, non c’è niente da dire e qualcuno sbadiglia. Vabbé, ci vediamo, buonanotte. Poi a casa ti chiedi, dov’è finita quella cosa che ti faceva vibrare? Dove l’abbiamo perso il delirio? Se ci chiediamo queste cose è perché abbiamo passato troppo tempo con il nostro personale arnese.

metamkine-1024x768

Dunque, il mio problema è questo : dato che il mio arnese non da risposte soddisfacenti a domande complesse, ma ha solo una dimensione funzionale, appena posso, lo poso e mi metto a cercare qualcosa in grado di penetrare più a fondo la realtà. Finisco in questo festival di roba strana e vedo un sacco di gente che cerca un senso, perché dev’essere che anche per loro l’aggeggio non è sufficiente. Vedo soprattutto un mucchio di gente solitaria e penso per assurdo che la solitudine non esiste più, che è stata bandita dalla rete, sostituita da questa o quell’altra categoria. Per esempio, ho imparato questa nuova parola, hypster, che è nuova solo per me, perché so che la solitudine gigantesca della moltitudine mi ha già superato. Io non riesco a stare dietro a tutta questa solitudine schiacciata dalla mole delle parole cosmetiche. Un mio amico usa ancora un termine decisamente obsoleto, alienazione. È lo stesso che mia ha insegnato hypster. Per me è un fottuto genio.
Allora, li così, inizio a pormi delle domande fondamentali: ma dove cazzo sono finito? E dove cazzo voglio andare a parare? E perché questa gente si sente così cool da andare al cinema per vedere qualcuno che mastica cacca? Perché lo faccio? Perché mi piace? Mi piace?
Non so niente, però il mio maestro mi ha insegnato una cosa, che devo scendere nella notte, per andare a sbattere.

BAM! Eccoci tutti qui, accozzaglia di impostori male in arnese, nel cuore oscuro e un po’ maligno della Cinemathèque. Ci sono due che si aggirano con delle torce elettriche in mano, si abbassano e schivano la gente come se si volessero nascondere, anche se non ci si può nascondere con un coso in mano che fa luce, e penso che quei tizzi l’arnese non lo mollano nemmeno in pubblico, ma poi un fascio di luce più potente proietta sulla parete una miriade di immagini. Subito arrivano bordate assordanti, lo spazio attorno si restringe e diventa claustrofobico. Seguono detonazioni elettroniche che risucchiano tutto l’universo in un silenzio irreale. Gabbiani bianchi si gettano sulla parete, sgorgano a frotte febbrili da quell’inferno dove macchie rosse bollenti schizzano bombardate da un suono che diventa il suono del ventre della terra stessa. Sommovimenti immensi tutt’intorno. Mi passa per la testa che dovremmo metterci nudi, supini contro la crosta sottile che ci tiene a galla, per sentire con l’attenzione sovrannaturale del corpo il frastuono tronitruante di forze titaniche. Vorticose visioni. Questi gabbiani che prima sfrecciavano atterriti, ora mi sembra che siano l’origine della guerra. Sono loro che sganciano e annientano. Rivedo in loro immagini che mi accompagnano fin dall’infanzia, i bombardieri bianchi, freschi, leggeri. Colore famigliare della morte infantile misto ad un’eiaculazione di uccelli da combattimento. Rivivo la mia febbre di bambino, 40 gradi di acciai nella testa. Rivivo il trauma doloroso dell’abbandono come un cancro avvinghiato nelle recondità psichiche.
Inizio a comprendere dove vogliono arrivare i due bastardi, che intanto smanettano concentrati e sicuri del fatto loro. Si vede che ci sanno fare. Ci lasciano col fiato tirato, a penzolare come impiccati. Allora allentano un po’ il nodo. Qui si consuma un esorcismo di massa, un assassinio controllato. Ritorno a tempi atavici. Siamo tutti legati nel cerchio magico e terribile delle nostre fobie. Affiora in filigrana il marchio della nuova specie. Svanisce. Avanza il fuoco. Si riversa in ondate. Purezza e distruzione. Tonnellate di fuoco. Ricompare, la mano, flebile. Poi una figura antropomorfa tremola e viene abbattuta con furiosa quiete dalle fiamme. La pellicola stessa si consuma nel centro caotico delle immagini che si avvicendano adesso con una cadenza fatalista. Brucia il fisico della pellicola. Il disegno è chiaro, la consapevolezza emerge dal nulla. La coscienza fa la sua comparsa per la prima volta nel mondo e lascia la sua impronta indelebile. Nella caverna questo essere nuovo dichiara se stesso. Allora come oggi noi officiamo, testimoniamo la nostra esistenza. Il tempo diventa storia. Il rito è un atto collettivo, l’arte ritorna ad essere quello che è sempre stata.

Riemergiamo dal caos come uomini antichi, che hanno usato strumenti fatti di selce per uccidere, e altri strumenti fatti della stessa materia, per accendere il sogno. Possiamo ritornare al mondo socializzati, con meno disperazione. La Cellulle d’Intervention Metamkine ci riporta in un epoca in cui l’arte era comunione, celebrazione spirituale, evento catartico. La comunità celebrava e rinsaldava i suoi legami intorno al fuoco per riaffermare i propri valori, ma soprattutto la sua singolarità come specie cosciente. La Cellule d’intervention Metamkine ci riporta alla sorgente, da dove sgorgano tutte le domande.

Toi Toi
considerazioni escrementizie sullo stato dell’arte