Lay Llamas – Ostro

Rocket Recordings

A cura di Fango Bianco

http://rocketrecordings.bandcamp.com/

Coniglio recensione 4

L’inizio è equatoriale…suoni d’ambiente, umidità e foglie ovunque, poi si parte. Giri meccanici si susseguono, perdendo a volte dei colpi sulla strada, avanzando con l’eleganza di un mezzo anfibio nella palude. Penetriamo lentamente quando la voce ci sorprende, messianica. Archaic revival sin dal titolo mostra le carte in tavola, ci stacca dai cingoli e prendiamo il volo, trovando il nostro animale guida fra le piante. “I wanna get back there”, salmodia la voce, ma è il nostro ultimo desiderio, il viaggio è appena cominciato. In something wrong prendiamo il ritmo, la chitarra guizza inizialmente in secondo piano e le percussioni fanno da tappeto al canto, prima di prenderne possesso. In search of plants è sciamanica pastura a bassa pressione, con un flauto ed i synth che colorano in toni opachi il sottofondo alla voce cristallina. I battiti digitali chiamano una pioggia tropicale, lenta e costante mentre la tastierina fa vibrare una nenia ronzante. Pastorale amazzonica.
Con il passare delle tracce e dei minuti siamo immersi in quella che sembra una cerimonia di iniziazione, Ancient people of the stars è il cerchio della tribù, i lama laici ed il falò. Sta a noi decidere se essere osservatori esterni oppure partecipare al rito. Optando per la seconda scelta, ovviamente, la testa ed il corpo blandiscono il suono con piccoli movimenti, prima dell’unione: We are you dura purtroppo solo 7.20 minuti….fosse durata mezz’ora, avremmo avuto una degna compagna di “This dust makes that mud” dei Liars ed il primo disco di “Each one Teach one” degli Oneida. Spero in un remix che gli quadruplichi la durata. Siamo in un limbo, senza necessità di uscita. Poi, quando pensavi di aver capito tutto arriva The Lay Llamas, motorik che sembra un formicaio amplificato per una discoteca in rovina. Desert of the lost Souls dice tutto fin dal titolo, corpi allo stremo e cotti dal sole, allo sbando ed impauriti dai sonagli che trillano dietro alle pietre…il motivetto squillante che arriva sul finale è forse il presagio della fine. Eh sî, che la title track è decompressione e ci fa capire che non siamo Tommy/Tomme, non siamo nella foresta di smeraldo di John Boorman ma siamo qui in terre giocoforza più fredde, con la sola possibilità di far ripartire la puntina sul giradischi.
Cos’altro aggiungere? Che Nicola Giunta, coadiuvato da Gioele Valenti ed Eugenio Luciano, ci ha dimostrato di poter ancora tornare bambini, di poter ancora desiderare un machete per salvare una foresta e per rascinare i Polyphonic Spree nel fango per farli risorgere brutti, sporchi, sudati e coperti di insetti….ci starebbero da dio come backing band ad Iquitos, che organizza Fitzcarraldo, una garanzia di promoter.
L’album uscirà il 26 maggio ed il mio consiglio, scontato, è di non affrontare l’estate senza una copia.